Quando pensiamo alla natura selvaggia, spesso la nostra immaginazione corre lontano.
Alle grandi pianure africane. Alle foreste del Nord America. A territori remoti, apparentemente infiniti, dove la presenza degli animali sembra appartenere naturalmente al paesaggio.
Sono luoghi straordinari, che continuano ad affascinarmi e che fanno parte dell’immaginario di chiunque ami la natura.
Eppure, negli ultimi anni, mi sono posto sempre più spesso una domanda:
quanto conosciamo davvero la natura che vive vicino a noi?
Non serve necessariamente attraversare un oceano per cercare il selvatico.
A volte basta partire prima dell’alba. Salire lungo una valle ancora avvolta nell’ombra. Entrare in un bosco e fermarsi ad ascoltare.
Perché anche qui, in Europa, esiste ancora una natura capace di sorprenderci.
Una natura che spesso non vediamo, ma che continua a vivere accanto a noi.
Cercare la natura selvaggia significa prima di tutto entrare nel suo territorio.
Significa camminare, osservare, tornare negli stessi luoghi. Imparare lentamente a riconoscere una traccia, un richiamo, un passaggio. Capire come cambia un bosco con le stagioni e come una montagna possa sembrare completamente diversa a poche settimane di distanza.
La fotografia arriva dopo.
Prima viene la conoscenza del luogo.
Ci sono giornate nelle quali si cammina per ore senza incontrare ciò che si stava cercando. Altre in cui una presenza appare per pochi secondi, quasi senza preavviso, e scompare nuovamente nel bosco.
È proprio questa incertezza che continua ad affascinarmi.
Perché nella fotografia naturalistica l’incontro non può essere imposto.
Possiamo cercarlo, prepararci, aspettarlo.
Ma alla fine è sempre la natura a decidere.
Gran parte della vita selvatica europea esiste lontano dal nostro sguardo.
Non perché sia necessariamente lontana da noi, ma perché ha tempi, abitudini e percorsi diversi dai nostri.
Un bosco può sembrarci vuoto e custodire invece una quantità sorprendente di presenze. Un animale può essere passato pochi minuti prima sullo stesso sentiero senza lasciare altro che un’impronta nel fango. Altre volte sappiamo che è lì, da qualche parte, ma non lo vedremo.
Forse è proprio questo uno degli aspetti che più mi affascinano.
Il selvatico non ha bisogno di mostrarsi per esistere.
Fotografarlo significa allora imparare anche ad accettarne l’assenza, rispettarne le distanze e comprendere che ogni incontro è soltanto un piccolo frammento di una storia molto più grande.
Salendo di quota il paesaggio cambia.
Il bosco lentamente si apre, gli alberi diventano più radi e lasciano spazio alla roccia, ai pascoli e alle grandi pareti delle Alpi.
Qui il rapporto tra animale e territorio diventa ancora più evidente.
Uno stambecco su un pendio non è soltanto un soggetto da fotografare. È parte di quel paesaggio quanto la roccia sulla quale cammina, il vento che attraversa la valle o la neve che tornerà a coprire quelle montagne durante l’inverno.
È per questo che, con il passare degli anni, sento sempre meno il bisogno di isolare l’animale dal luogo nel quale vive.
Mi interessa sempre di più raccontare l’incontro e il mondo che lo rende possibile.
Basta spostarsi di qualche centinaio di chilometri perché il paesaggio cambi completamente.
Le montagne lasciano spazio alle pianure, ai fiumi, alle lagune e alle grandi zone umide del Mediterraneo.
Ed è forse proprio questa varietà uno degli aspetti più sorprendenti della natura europea.
In uno spazio relativamente piccolo convivono ambienti profondamente diversi, ciascuno con i propri ritmi, le proprie stagioni e le proprie forme di vita.
Ci sono luoghi nei quali è l’acqua a scandire il tempo.
Le presenze cambiano con le stagioni e migliaia di uccelli utilizzano zone umide, lagune e foci come territori di alimentazione, riposo o passaggio.
Osservarli significa scoprire un’altra Europa selvaggia.
Meno evidente forse di quella delle grandi montagne e delle foreste, ma altrettanto ricca di incontri.
E qualche volta basta un colore improvviso per cambiare completamente il paesaggio.
Il gruccione sembra quasi appartenere a latitudini lontane.
I suoi colori sorprendono ancora di più quando lo si incontra nelle nostre campagne, lungo un fiume o posato su un ramo.
Ed è anche attraverso incontri come questo che ho imparato quanto possa essere ingannevole l’idea che la natura straordinaria debba necessariamente trovarsi lontano.
Spesso è molto più vicina di quanto immaginiamo.
Dobbiamo soltanto concederci il tempo di osservarla.
Con il tempo ho capito che una delle parti che amo maggiormente della fotografia naturalistica è proprio quella che precede lo scatto.
L’attesa.
Ci sono giornate nelle quali trascorri ore osservando apparentemente il nulla.
Il paesaggio sembra immobile. Il silenzio diventa parte dell’esperienza e, lentamente, si comincia a prestare attenzione a cose che normalmente passerebbero inosservate.
Poi qualcosa cambia.
Un movimento tra gli alberi.
Un richiamo lontano.
Un’ombra nel cielo.
Una presenza.
Poi, qualche volta, accade.
Una presenza entra nel paesaggio.
Può durare pochi minuti oppure soltanto pochi secondi. Non sappiamo quando arriverà e, soprattutto, non possiamo pretendere che arrivi.
È questo che rende ogni incontro diverso.
La fotografia che rimane non racconta soltanto l’animale che avevamo davanti.
Racconta il freddo, il silenzio, il tempo trascorso ad aspettare e tutto ciò che è successo prima di premere il pulsante di scatto.
Diventa la memoria di quell’attesa.
Alzare lo sguardo
Ci sono incontri che arrivano da lontano.
All’inizio sono soltanto un punto nel cielo.
Poi una sagoma comincia lentamente a prendere forma, le ali diventano riconoscibili e per qualche istante tutto il resto sembra scomparire.
Seguire il volo di un grande rapace sopra una montagna restituisce immediatamente la dimensione del territorio.
È in momenti come questi che mi interessa sempre meno ottenere soltanto una bella fotografia.
Voglio che nell’immagine rimanga qualcosa del luogo.
La montagna, il bosco, la distanza. Quello spazio necessario perché il selvatico possa continuare a essere tale.
Perché un animale non può essere separato dal suo ambiente.
Dalle Alpi alle gole del Verdon, dalle grandi foreste dell’Europa centrale alle zone umide del Mediterraneo, il continente conserva ancora territori capaci di regalarci incontri straordinari.
Non sono mondi lontani.
Sono parte della nostra Europa.
Ed è proprio questa natura che desidero conoscere sempre più profondamente e raccontare attraverso la fotografia e, sempre di più, attraverso il film.
Non per costruire una collezione di specie.
Ma per raccontare territori, incontri e storie.
E poi ci sono incontri molto più piccoli.
Un pettirosso posato su un ramo, ai margini di un bosco, può sembrare quasi ordinario dopo il volo di un grande rapace sopra le montagne.
Eppure racconta forse la stessa storia.
Perché il selvatico non è soltanto nei luoghi remoti, nelle grandi foreste o sulle pareti più inaccessibili.
A volte è molto più vicino.
Vive nei boschi che attraversiamo, lungo i fiumi, nelle campagne, sulle montagne che vediamo ogni giorno.
Forse dobbiamo soltanto imparare a guardare con maggiore attenzione.
È questa la ricerca che voglio continuare nei prossimi anni.
Tornare nei luoghi.
Conoscerli.
Aspettare.
Seguire il ritmo delle stagioni e provare a raccontare gli animali non come soggetti isolati, ma come parte di un mondo molto più grande.
Attraverso la fotografia.
Sempre di più attraverso il film.
Partendo da casa e continuando, lentamente, attraverso la natura selvaggia d’Europa.
Perché qualche volta ciò che cerchiamo molto lontano è già lì.
Dobbiamo soltanto imparare a guardare.
"Ogni fotografia racconta ciò che ho visto. Ogni storia racconta ciò che ho provato."
Luca Cagnasso
Nature Photographer · Filmmaker · Storyteller
Where nature becomes a story.
© Luca Cagnasso 2026